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Il colloquio - parte 3

  • Alessandro Vinci & Stefania Stella
  • 25/05/2013

Il colloquio - parte 1

Il colloquio - parte 2

 

Parte 3

Sono il solito testadicazzo. Seduto in questa misera sala d’aspetto da non più di venti minuti, sento che la tensione per questo colloquio sta scemando.
Mi succede sempre così: in vista dello striscione d’arrivo l’interesse per la corsa si disperde in mille rivoli, l’ardore di tagliare il nastro per primo svanisce.
Devo essere stato progettato per partecipare, non per vincere. Un coglione, insomma, per questi tempi.
Ma questa volta no!
Anche solo per il gusto di non darla vinta alla principessina Stefania.
Mi alzo dalla sedia, pure scomoda, nel tentativo di stemperare il vago rossore interiore evocato dall’eco che quel nome ha provocato nel silenzio interiore.
Il gesto è sin troppo repentino perché io stesso non possa considerarlo con sorpresa.
Buona quella..., mi dico, accompagnando il pensiero con una strizzatina dell’occhio destro rivolta al nulla della stanza.
Confido che non ci siano telecamere accese o che, almeno, le eventuali immagini non finiscano per contribuire al punteggio dell’esame...
Devo riorganizzare le idee, sforzo che peraltro, di norma, esula dalle mie capacità, piuttosto rivolte alla contemplazione che all’intervento sul fato.
Mi alzo sulle punte per sbirciare dietro il vetro della porta.
Il primo dei tre colloqui è già in corso.
Quel ragazzo, una simpatica testa di riccioli scuri, non mi preoccupa: mi sono informato, ha la media scarsa, probabilmente è riuscito a infilarsi solo perché conosce qualcuno.
Il vero avversario è Stefania, lo so.
Sento un brivido al bacino, ma con sollievo mi accorgo che è solo il cellulare.
È Enrico: ‘fanculo pure lui, sempre così gentile con Giada... Eh, sì...
Ale! Ma che cavolo vai a pensare. Concentrati! Tra qualche minuto tocca a te. Chettifrega di Giada
Buona quella...
Alessandro! Caz-zo!
Penso che se qualcuno organizzasse il campionato di autocommiserazione potrei fare una discreta figura, se non a livello mondiale almeno in Europa me la giocherei.
Che poi, mi dico, almeno dimostrassi un po’ di coerenza, diobonino. E invece no, mi tengo dentro tutta l’incertezza, mentre all’apparenza – dicono – sembro un’altra persona.
Ricordo che Giada, un giorno, mi confessò che al nostro primo incontro le ero piaciuto per la mia aria sognante e la sicurezza che dimostravo. Un bluff, insomma...
La cosa divertente è che poi le persone si fissano sulla prima idea che hanno di te senza più cambiarla. Peggio, senza più provare a farlo. Ma forse è proprio questo uno dei veri incagli che s’innescano tra noi umani: la scarsa propensione ad ammettere la propria dabbenaggine quando si tratta di giudicare un consimile.
Mentre mi strofino le labbra avvizzite, la porta si apre.
Eccola!
Stefania entra con quella sua aria stronzamente trionfante.
E ti pareva? Un vestitino che te lo farebbe pervenire anche nelle giornate di blackout.
Ciao, dico, con finta noncuranza, per rispondere al suo sorriso silenzioso.
Poi, proprio mentre sto rimbrottando qualche pensiero mariuolo, sento pronunciare il mio nome. Nello stesso istante riccioli neri mi passano accanto abbacchiati e ondeggianti.
Mi hanno chiamato. Tocca a me.
Fatemi gli auguri.

 

Il colloquio - parte 4

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