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Il colloquio - parte 2

  • Alessandro Vinci & Stefania Stella
  • 02/05/2013

Il colloquio - parte 1

 

Parte 2

Una piccola luce alle spalle nel buio della notte mi fa spalancare gli occhi. Sembra una di quelle pile tascabili usate come portachiavi in regalo nelle slot machine all'ingresso dei bar. Distesa a letto, sul fianco, percepisco una strana presenza. Qualcuno deve essere entrato in casa. Avevo chiuso la porta ieri sera?
Sobbalzo sospinta dall'ansia di scappare. Il cuore, dopo un'accelerazione istantanea, ritrova il suo ritmo placido, e il sogno mi abbandona disorientata nella mia camera vuota. Vuota si fa per dire.
Ci sono almeno quattro giorni di vestiti sparpagliati a terra tra scatole di scarpe aperte, violate senza cura alla ricerca del paio giusto. Lo stand degli abiti nell'angolo a fianco la finestra trabocca di indumenti e borse a strati alterni.
Devo fare ordine, penso osservando barcollante lo spazio attorno, in uno sforzo davvero sproporzionato per un dopo sbronza. Forse odio talmente la baraonda generata dalla mia inclinazione a farmi trascinare da essere immune all'alcool nel rigore. Oppure no, non ancora, in fondo tu non ci sei. Nemmeno stanotte che era il mio compleanno e ti avrei desiderato lì.
Stronzo.
Solo un messaggio con: "Scusa, un lavoro urgente non rimandabile. Auguri tesoro" Cuore.
Fottiti. Te lo dico col cuore.
Eri on line da un bel po' mentre cercavo di fingere di divertirmi alla mia festa. Quanto avrò impiegato a bere tre birre, chupitos di rum lunghi mezzo metro e una serie di slot di vodka, musica a palla, dimenandomi come una forsennata sui tacchi? C'era tutto il tempo per dirmi altro, una riga in più, due minuti e mezzo netti di digitazione comprensivi di imbarazzo. Che so, un classico: "Mi manchi. Vorrei essere con te ora. Verrò a prenderti sabato e festeggeremo". E io ti avrei creduto, come sempre.
Avrei preparato quel momento come non fossi nata il 15 ma tre giorni dopo, entusiasta di stabilire una data sul calendario dei nostri incroci.
Sono una cretina lobotomiazzata. Tu non li dati nemmeno quei giorni, per te è sempre "l'ultima volta che ci siamo visti". Una stupida frase che usi per dissimulare l’inesistente persistenza che i nostri incontri lasciano nella tua memoria.
Stronzo. Te lo avevo già detto?
Mi alzo. Mi muovo incerta. Scavalco e calpesto cose indefinite sul pavimento, una mano sugli occhi a proteggermi dal giorno. La tapparella è alta, una dimenticanza imperdonabile per i miei postumi che ora vengono inondati dal sole. Spero tanto di non vomitare.
Vorrei sapere perché alla fine mi riduco così. Certo, posso permettermi il peggio, però non mi consola.
Mi avvicino lenta alla macchina del caffè. Cerco a memoria il bottone dell'accensione dopo aver rovistato la scatola sul ripiano superiore alla ricerca della cialda giusta.
Serve forte stamattina.
Serviranno anche un paio di aspirine: fra due ore ho l'incontro per la scelta del candidato universitario e sono in competizione con Alessandro.
Strano personaggio, quello. Non riesco bene a inquadrarlo, eppure lo conosco dal primo anno. Occhi blu che noti a distanza, fare contenuto pur estroverso. Di sicuro ieri sera non si è ridotto da svenimento, non pare proprio il tipo, sembra invece un ragazzo-piedi-a-terra sorridente e solare. Eppure capita di scovarlo in momenti assorti nei quali affonda tenebroso, all'improvviso, del tutto incurante del contesto. Specie quando si appoggia al parapetto delle scale del secondo piano, sigaretta in bocca spenta, sguardo fisso sull'orizzonte di un libro.
Avrà vita facile se non mi do una mossa, tanto varrebbe non presentarmi neanche. Se solo non fossi col pensiero a fantasticare incontri impossibili con te e a pesarne la delusione in gocce, non offrirei un così largo vantaggio al mio avversario.
Dai, Stefy, infilati nella doccia, concentrati. Fai presto.
Ecco, il mio nome è Stefania, abito a Bologna e mi aspettano al Commissariato Due Torri in centro per una selezione.
Ora vado, sono in ritardo… urge restauro!

 

Il colloquio - parte 3

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